Ricercatori, ingegneri, laureati sfruttati: quando in Italia si lavora gratis



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Ditelo alle matricole. Ditelo ad uno studente fresco di maturità, che quando uscirà dall’università, tra cinque anni (se tutto va bene), inizierà per lui un calvario. Non è un disincentivo allo studio, ma è semplicemente mettere al corrente della realtà. Una volta laureato, inizierà per lui la difficile ricerca di un posto di lavoro. Scordiamoci il posto fisso, all’inizio valgono due sole parole: stage e praticantato.
Ossia, tradotto in minimi termini, lavorare sottopagati. O addirittura lavorare gratis.
Io quando dicevo che per iniziare a lavorare occorre avere i soldi, nel senso che occorre mantenersi (affitto, spese, benzina, cibo, ecc.) perchè lo stipendio iniziale non ti permette di sopravvivere, non

Perchè la gente lavora gratis?
Come sottolinea questo articolo la maggioranza delle persone che lavorano gratis lo fanno nella speranza d’ottenere un posto fisso.

Ci sono insegnanti di scuola privata che lavorano a salari molto bassi, la controparte della transazione è la concessione di un punteggio che aumenta la probabilità di ottenere un posto fisso in una scuola pubblica. Nel caso degli stagisti negli uffici pubblici, vale un meccanismo analogo di compensazione via accumulazione di titoli utili per “vincere il concorso”. Un caso estremo è quello dei ricercatori universitari, che lavorano per anni a stipendi molto bassi nella speranza di poter accedere a una posizione di associato e ordinario. Poiché si accumulano le storie di ricercatori italiani che, emigrando nel Regno Unito, in Svizzera o in Francia, raddoppiano o triplicano il proprio stipendio, per coloro che scelgono di rimanere l’aumento della probabilità d’essere promossi compensa, in valore economico, il sacrificio di lavorare per molti anni a uno stipendio misero. Lo stesso vale per gli stagisti gratuiti nelle grandi aziende: cercano contatti e visibilità che aumentino la probabilità di un’assunzione “regolare”.

 


Qual è, dunque, il valore di un posto fisso? È dato dal valore atteso scontato della differenza tra l’utilità che si ottiene in tale posto e l’utilità che si ottiene nel migliore impiego alternativo (ossia, principalmente, l’utilità che si ottiene migrando o cercando lavoro in un’occupazione diversa da quelle in cui il posto fisso comincia a non essere più tanto frequente, per esempio la piccola industria manifatturiera). Chiamiamo tale differenza “rendita da impiego fisso”. La soluzione, per evitare la schiera di lavoratori sfruttati, per evitare questo limbo degradante, è quella di ridurre tale rendita.

Per approfondire:
http://generazionep.blog.lastampa.it/generazione_p/

http://www.ilfattoquotidiano.it/category/lavoro-precari/

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