Le grida d’amore delle donne dei detenuti del Gianicolo



Al mio ritorno da Roma, qualche settimana fa, sono rimasto colpito da un articolo da ‘il messaggero’, che vi riporto qui sotto.

Un articolo che ci documenta sull’amore, un amore sofferto, quello tra i detenuti e le loro donne.

 

Gianicolo. E’ notte.

All’improvviso cade dal cielo l’urlo di una donna. “Ciao nì, me sentiiii? Te vojo beneee”.

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Per chi abita in zona, nessuna sorpresa: è la donna di un carcerato. “Me sentiiii? So io”. La donna sta lì, affacciata alla terrazza sotto il Faro, il punto della passeggiata del Gianicolo più vicino al carcere di Regina Coeli. Proprio sotto la terrazza ci sono alcuni ulivi e una fitta macchia di verde. La voce, spinta dal ponentino, scivola sulle chiome degli alberi, , carezza rami e foglie e si spegne più in basso, contro i muri altissimi, le finestre con le grate, i bracci e le rotonde di quel carcere incastrato nel cuore della città. Fa impressione questo modo primordiale di comunicare, oggi che siamo nell’epoca dei telefonini e degli smartphone, di social network come Facebook e Twitter. Sembriamo sempre connessi e raggiungibili, dovunque, immersi in un flusso di comunicazione costante. Facciamo fatica a comprendere che ci siano persone isolate da questo frenetico circuito di comunicazione.

Raramente ci capita di pensare ai carcerati. Anche se abitiamo nel cuore di Roma. Così la loro presenza ci viene ricordata dalle donne che urlano dal Gianicolo. Da quella terrazza che una volta veniva chiamata parlatorio, dove persone dalla voce possente, i cosiddetti strilloni, si offrivano di gridare i messaggi per i carcerati.

Che cosa gridano le donne? A volte soltanto dei nomi, ripetuti all’infinito, magari in attesa di un grido di risposta. Altre volte solo dichiarazioni d’amore («Te vojo beneeee»). Tempo fa una donna straniera, forse una rom, si è esibita per alcuni giorni in lunghi monologhi gridati con una voce cupa. Un tonante basso continuo. Quella donna forse raccontava le vicende di casa, le storie dei figli. Magari erano lunghe ed elaborate dichiarazioni d’amore, oppure chissà, sfoghi pieni di rimproveri per l’uomo che si era cacciato nei guai lasciandola sola a casa. In genere è una comunicazione a senso unico.

 


Gli uomini non possono urlare a squarciagola dalle celle e la voce fatica ad arrampicarsi fino al Faro. Così senti solo la voce delle donne. E ti immagini il tumulto nel cuore di quegli uomini in cella. Rovesciando le parti, viene in mente una scena memorabile di «Nella Città l’inferno», il film di Renato Castellani del 1958, ambientato nel carcere femminile di via delle Mantellate. È la scena in cui Anna Magnani, insieme a un’altra carcerata, si arrampica davanti a una finestra e con l’ausilio di uno specchietto osserva un uomo all’esterno del carcere. «Anvedi che fusto», esclama la Magnani. Non sapendo chi sia, le due donne provano ad attirarla sua attenzione gridando a squarciagola dei nomi a caso: Mariooo, Giuliooo, Vittoriooo, Pieroooo. Forse l’uomo si chiama davvero Piero, così almeno si illude la Magnani. Ma in questa sera di agosto, alla donna che grida arriva una risposta. Dalle celle si sente un urlo di risposta. Allora la voce femminile riprende vigore: «Te vojo beneee». Lui risponde ancora,ma sul Gianicolo passano alcune auto e lei non capisce bene. «Amò n un te sento, stanno a passà le macchine……

Lui non può urlare più di tanto. Così parla ancora lei, spiega che non la fanno entrare ai colloqui in carcere per qualche problema burocratico, forse legato alla residenza o allo stato di famiglia. In base ai regolamenti carcerari, ai colloqui sono ammessi i familiari, fino al quarto grado di parentela. Ma per compagne e fidanzate è tutto più complicato in assènza di un documento che certifichi la convivenza prima della carcerazione. Perciò non resta altro modo di comunicare che l’urlo dalla terrazza del faro. A volte si affacciano dalla terrazza anche i parenti stretti. Magari per una comunicazione urgente o perché le cose da dirsi sono tante e i colloqui non bastano mai.

«Me sentiii?», chiede lei. Ma lui sembra far fatica a capire. La comunicazione è complicata. Lei, allora, grida la sua pazza idea, del tutto irrealizzabile: «Te lancio er telefono con la fune, così ci parliamo». Poi aggiunge: «Ciao amò, salutarne tuo zio e tuo cuggino», lasciando intendere che il suo uomo è in carcere con alcuni parenti, perché a volte il crimine è un business di famiglia.

La luce tricolore del faro continua a girare lenta. Torna il silenzio. Ma la donna ha ancora fiato per un ultimo saluto: «Te vojo beneee». Le parole se le porta via il ponentino, ma va bene così, Come diceva Flaiano: «In amore gli scritti volano e le parole restano».

 

 

 

[foto inizio articolo:  www.slate.com ]

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