L’inutile corsa per i consigli di quartiere, tra i bigliettini ed evitabili polemiche



Anche Ludik, all’indomani del voto, a Gaeta, per i consigli di quartiere, in uno degli sms inviati in‘diretta’, nel bel mezzo dell’escursus storico del prof. Cardi in una delle ultime dirette di Tmo, sintetizza il risultato con queste parole: “Hanno vinto quasi tutti”.
E non poteva che essere così: sette liste di massimo 10 – 11 candidati per quartiere, nove erano i prescelti. Addirittura in qualche quartiere si è arrivati ad avere un ugual numero di candidati e di eletti, in altre parole: tutti passano, quasi inutile andare a votare.
Anche questa volta, così come nello scorso referendum nazionale di qualche mese fa, approfitto per guadagnarmi qualche decina di euro come scrutatore: al sorteggio non sono fortunato, capitando tra le riserve, ma vengo comunque ripescato.
Capito al seggio n°5, alla scuola Principe Amedeo, nel quartiere Calegna, a tre chilometri da casa mia. Il presidente è Pietro, un tipo di mezza età, esperienza sulle spalle, gioviale al punto giusto, forse un po’ troppo meticoloso. E’ sua l’idea di utilizzare dei bigliettini dove far firmare gli elettori: in mancanza del timbro sulla tessera elettorale come riscontro dell’avvenuto voto, per evitare errori di annotazioni e dunque “doppi voti”, magari dovuti a persone diverse, ma con lo stesso nome e cognome, sono costretto a far firmare bigliettini numerati, a spiegare a scettici la bontà del metodo, che personalmente non mi entusiasma.
A completare il seggio è la vicepresidente (mi sfugge il nome, scusate), una signora con diversi anni sulle spalle che potrebbe uscire benissimo dalla pubblicità della candeggina Ace, la nonna che tutti noi vorremo avere. Infine la più giovane, la diciannovenne Shaula, matricola di Ingegneria Aerospaziale a Latina, obbligata, a causa della mancanza di aule (imperdonabile per la succursale di una delle più importanti università italiane, ovvero la tanto decantata “La Sapienza”), a seguire le lezioni nell’ateneo di Roma.
Dalla nostra postazione possiamo seguire le gesta (e ahimè, sorbirci il fracasso delle ore “di punta”) dei colleghi dell’altro seggio, il numero 6, con a capo una giovane e interessante presidentessa, seguita da un buffo ometto, aspetto da mago Otelma con la voce di un altro mago , il Forrest di Mai dire gol, attualmente cabarettista al Zelig.
Il motivo di questa inquietante vicinanza tra i seggi è presto detto: anziché collocare cabine, urne, tavoli e sedie dei due seggi in due aule differenti, il Comune ha avuto la brillante idea di piazzare tutto nell’atrio dell’istituto. Superfluo parlare della confusione generata, con persone che votavano nel seggio di fronte, che facevano la fila da una parte e poi scoprivano, ovviamente incazzati neri, che il loro nome era inserito nel registro del seggio antistante, poi magari rifacevano la fila dall’altra parte e si vedevano rispondere che non potevano votare perché il Comune si era dimenticato di inserire la loro nuova residenza…
Insomma, un vero casino. Unica nota lieta è la bassa affluenza, che ha permesso di gestire queste situazioni: ha votato il 20% scarso degli aventi diritto, dei quali la stragrande maggioranza ha accalcato il piccolo atrio tra le cinque e le sei, ovvero nell’ultima ora di voto. Mandato a casa l’ultimo elettore, comincia l’operazione di conteggio e spoglio, cui assistono i candidati, tra cui spicca Salvatore, ex- “collega” nel lavoretto part – time di volantinaggio, Gigi S., (un Mario Merola ringiovanito, grande amico di Antonio Ciano, ideatore di Tmo) e Cristian L., super eletto nel mio seggio con più di 160 voti. Peccato per quei momenti di contestazione che ha visto protagonista proprio il più votato, Cristian appunto, che si è opposto a due o tre schede che recavano dei numeri oltre il suo nominativo e perciò dichiarate nulle. Se lo poteva risparmiare, dato che le schede non erano decisive per la sua elezione, e ancora di più, dato in palio non c’è un posto al Parlamento o ad un consiglio provinciale (anche se scenate peggiori di queste si possono trovare alla classica elezione comunale), bensì un posto nel consiglio di un quartiere di un piccolo paese come Gaeta. Alla fine vengono eletti tutti, o quasi. Nel “mio” seggio vengono esclusi i due che guardacaso non raccolgono nemmeno un voto a testa: negli altri seggi più o meno è andata così, in altri, come ho detto a inizio post, vengono eletti tutti e nove i candidati.
In questo contesto ogni replica o contestazione appare ancora più inutile.
Ha fatto “una figura da niente, si è comportato come un bambino” mi rivela Shaula, a fine giornata, riferendosi ovviamente a lui.
E forse non aveva tutti i torti quella signora che, in attesa di votare, ha commentato così il gesto di alcuni candidati di farsi pubblicità, spronando al voto a proprio favore passanti, amici e conoscenti, fermati dovunque, per strada, nei negozi e persino all’uscita dalla chiesa: “Queste dovrebbero essere elezioni di condominio. E invece sembrano delle elezioni politiche”.

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