Teoria dei segnali, la solita band degli irriducibili copioni


Siamo a ridosso delle festività natalizie, ormai, e finalmente il primo risultato positivo dell’anno accademico è arrivato, dopo farsi tanto attendere, tra centinaia di pagine studiate e decine di esercizi portati a termine: teoria dei segnali, la matematica applicata ai segnali mascherata con un nome che sembra fuorviare dalla sua vera apparenza, una summa di integrali, proprietà, teoremi, trasformate e antitrasformate.
Più pratica che teoria, dunque, più calcoli che dimostrazioni, tanto da ridurre il relativo esame alla sua sola parte scritta, una rarità, dalle nostre parti, abituati come siamo a sorbirci le decine di ore di studio per il superamento dello scritto (a volte un’impresa al limite del sovrumano, vedi analisi tre) e altre per l’orale, il quale, se malauguratamente dovesse risultare negativo, farebbe scivolare il malcapitato al punto di partenza, come un grosso macigno spinto con fatica su una cima aguzza e poi rotolato di nuovo a valle. Una rarità, dicevo, a tal punto che prove del genere diventano una succulento boccone per i tanti studenti (di nome, ma non di fatto) a digiuno di esami, con la speranza di superarle senza difficoltà scopiazzando all’amico secchione.
E così, se da una parte il grosso vantaggio è di “levarsi il peso” di un esame in una sola volta, senza perdere del tempo prezioso sui libri per assimilare teoremi e dimostrazioni di cui ci si dimentica facilmente un mese dopo, dall’altra si rischia di doversi accontentare di un voto striminzito rispetto al collega fortunato esperto nell’arte della copia selvaggia.
L’atletico prof. Pauciullo (foto qui a fianco, da un mms scattato in aula), ottimo sostituto dello spauracchio Sansosti, che, nonostante i suoi sforzi, è riuscito solo in parte a tamponare queste brutte abitudini, ha promesso di “fare più attenzione” per il prossimo appello.
A me è andata discretamente bene, venticinque. Tutta farina del mio sacco, ovviamente.
Ma se non fossi passato, sai che giramento di palle…

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