Fondamenti di automatica, lo spauracchio dell’eloquenza

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“Voi di Telecomunicazioni fate troppa matematica” confessa il prof.
Sono stati giorni intensissimi di studio, questi appena trascorsi, e altri mi aspettano al varco. E’ tempo di esami, e quando si ha il tempo di affacciarsi un po’ nel mondo, accendendo la tv e ascoltando le notizie al telegiornale, ti viene voglia di spegnere tutto. Non c’è una notizia decente, solo crisi, violenza e terrorismo, la volontà di pochi ultrà senza senno di mandare a monte una partita fa breccia nei migliaia di tifosi giallorossi e biancoazzurri, gettando nel caos l’Olimpico, la guerriglia in Iraq, la protesta degli abitanti del Napoletano, assediati dalle tonnellate di immondizia e soffocati dall’ecomafia. E allora forse è meglio non pensarci, almeno per una mattinata. Soprattutto se c’è un esame di mezzo.
E che esame. Fondamenti di automatica, nome innocuo per una disciplina che si propone di studiare il controllo di sistemi in retroazione. Eh, che parolone. Lo studio di sistemi automatici, come il distributore di caffè, il cancello che si apre da solo o l’ascensore, adesso va meglio?
Concetti, simulazioni al pc, qualche teoremino qua e là, grafici, ma nel complesso più metodo che matematica pura.
“Ah, quello che mi piace a me, la robba pratica” fa un collega.
Il problema è che esami così, almeno qui da noi ad Ingegneria delle Telecomunicazioni, se ne vedono pochi, abituati come siamo a prof. che riempiono di formule scritte e notazioni indecifrabili intere lavagne, che sembrano non bastare mai.
Il prof. Stefano Chiaverini Ma non pensiate che il corso tenuto dal ‘sergente di ferro’ prof. Stefano Chiaverini (foto qui a fianco – presa dal suo sito web), esperto di robotica, sia un esame di Giurisprudenza, per carità. La loquacità del docente, meticoloso all’inverosimile, è solo da supporto per una materia che ovviamente ha una sua base matematica. Applicativa, s’intende, non puramente teorica.
Anche la formula stessa dell’esame è abbastanza sbrigativa, rispetto ai classici e perditempo ‘scritto+orale’. L’appello consiste in una discussione orale di un elaborato preparato e stampato con relativa tranquillità a casa, magari in gruppo, o dando una sbirciatina a qualche elaborato (ecco, tanto per fare un esempio, quello che ho fatto io) preparato dagli studenti che hanno già superato l’esame.
Il difficile, chiaramente, è rispondere alle domande del prof., sempre pronto ad agitare la mannaia della bocciatura, e non tollera gravi mancanze.
E qualche tentennamento, soprattutto se sei il primo a far l’esame e hai dormito poco, e più che ragionevole. Nell’angusto studio privato del docente al secondo piano, tra ‘spettatori’ sbracati sulla sedia dietro di me, la piccola folla assiepata sulla porta, il continuo trillo di telefoni e il fuori programma di un incorreggibile Dauìd che poggia la mia giacca sulla scrivania dell’altro prof. come se fosse a casa sua, mantenere ferma la concentrazione non è il compito più facile di questo mondo. Esame tutto sommato perfetto (alla fine prenderò ventotto) ma con qualche sbavatura sui grafici delle simulazioni, subito bacchettata dal prof. “Voi di ingegneria delle Telecomunicazioni fate troppa matematica e poche applicazioni pratiche”. Parole sante, anche se ho qualche dubbio sulla sua affermazione successiva: “Fondamenti di automatica non dovrebbe essere e non è il primo corso a inculcarvi dei metodi applicativi. Dovreste già essere abituati ad avere familiarità con queste cose con corsi come Misure, Elettrotecnica, Termodinamica”. Della terna, se avessi avuto il coraggio di obiettare, elettrotecnica sono formule per risolvere i circuiti (i condensatori, le resistenze e le induttanze le vediamo solo sulla lavagna come simboli, e sulle poche foto in bianco e nero sui libri); termodinamica, poi, non mi stancherò di dire che, tranne qualche argomento, è di un inutilità mai vista, almeno come si fa da noi: un corso di chimica sarebbe più interessante.
Ma sul fatto che si fa troppa matematica è vero, lo straripeto: si ha l’impressione che questa laurea triennale porti ad un vicolo cieco, un ammasso di formulette e teoria circuitale e elettromagnetica con rare esperienze sul reale.
“Molto meglio ingegneria meccanica” come mi ripete molto spesso un altro collega, con la faccia disgustata dopo aver dato uno sguardo ai libroni nel mio zaino. L’avessi saputo prima…


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2 Commenti

  1. extrabyte scrive:

    hai fatto bene a proteggere il file in sola lettura. Cmq ho fatto una prova: l’ho compilato con Acrobat distiller in PDF ed è possibile modificare il testo, la grafica, ecc.
    Chissà forse aprendolo con open office, salta la protezione. La stessa cosa succede con i PDF protetti: basta aprirli con ghostscript, salvarli con altro nome e anche si si riaprono con Acrobat, la protezione è sparita.

  2. Tu che sei esperto, mi devi spiegare con quali programmi gratuiti in circolazione è possibile convertire file in pdf. Ti ringrazio fin d’ora delle informazioni che saprai darmi.
    P.S. Ho protetto il file perchè mi dava semplicemente fastidio che qualcuno stampasse direttamente l’elaborato, che per farlo e stamparlo ci ho messo una giornata e mezzo (ciecandomi vicino al monitor con le formule di Microsoft Equation Editor).
    A proposito, ho sentito da più parti un software come LATEX. Che roba è? Mi consigli di usarlo?

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