CAMPI ELETTROMAGNETICI 1, ALLUCINANTE


Alti e bassi estremi: scritto senza errori, poi orale da incubo
“Qual è il corso più difficile?”.
Chiedetelo a chiunque, qui ad Ingegneria a Cassino.
In molti si lasciano come ultimo esame fondamenti di informatica 2, e vi risponderanno, Mauro ‘Vegeta’ in testa, che senza dubbio è quella, la materia più tosta.
Provate a fare la stessa domanda al sottoscritto, invece. Soprattutto dopo una giornata come quella di ieri, a dir poco da record.
Campi elettromagnetici potrebbe, e uso il condizionale, essere solo un corso impegnativo, da sei crediti come molti altri.
Ma potrebbe anche, nella peggiore delle ipotesi, tramutarsi in un incubo reso ancora più orribile dal fatto che nulla, appena qualche secondo prima della prova orale, potesse preannunciare una disfatta imminente.
Lo scritto è pulito, netto, senza errori. Per dirlo con una lettera: A, voto massimo, l’unico della giornata tra la ventina scarsa di studenti presenti tra Campi elettromagnetici 1 e 2.
Avevo rischiato anche di non farlo, quello scritto. Con troppa leggerezza ero andato a farmi una passeggiatina al piano di sopra, e avevo perso, tra le chiacchiere con qualche collega, la cognizione del tempo. Entro trafelato nell’aula dell’esame, mi scuso col prof. Fulvio Schettino, una decina di minuti di gap rispetto agli altri, già con le penne in mano, giù a scrivere.
Il nervosismo certo non aiuta, in uno scritto. I minuti che scorrono veloci, i cinque esercizi da portare a termine possibilmente bene, qualche intoppo con la calcolatrice. E poi anche la musica fuori delle finestre, qualche cretino aveva messo Dragostea a palla con l’autoradio.
Un mix letale per uno scritto fatto bene.
Per fortuna avevo assimilato in maniera meccanica, in un mese e più di studio, il procedimento per gli esercizi, bene o male sempre gli stessi: trovare la minima distanza del minimo del modulo della corrente in una linea di trasmissione, fare un adattamento con uno stub in serie o in corto e calcolare la potenza assorbita dal carico, definire e calcolare parametri per un doppio bipolo, progettare un filtro in microstriscia. L’unico modo per riuscire a finire in tempo era scrivere direttamente in bella copia, bianchetto a fiumi per correggere gli errori.
Finisco sul filo di lana, col prof. in paziente attesa al fianco per ritirare il foglio, in cui non avevo ricontrollato nemmeno una riga.
I risultati e l’orale appena due ore più tardi, mai visto un esame così rapido, abituato ai tempi biblici dell’esame di analisi matematica, in cui potevano trascorrere tra lo scritto e l’orale anche diverse settimane, se non mesi (si andava da un quadrimestre ad un altro), e dunque si poteva separare in modo conveniente la preparazione per la prova pratica dallo studio teorico di dimostrazioni e proprietà, che difficilmente servono per lo scritto.
Ma questo dello scritto e dell’orale in tempi così vicini non è l’unica novità (e difficoltà) dell’esame di campi elettromagnetici.
La prova orale infatti, non è il classico colloquio col prof., seduto davanti all’esaminato, il quale scrive su di un foglio: qua il prof. è seduto su una sedia, spalle al pubblico (gli altri studenti in attesa di essere esaminati), e il poveretto sotto torchio scrive alla lavagna.
Una scena da giudizio da tribunale, con teste e giuria, una spettacolarizzazione dell’esame mai vista. Il trauma è troppo, e a me la triste sorte decide per il prof. più spietato e meticoloso fra i due presenti: il prof. Panariello (foto a fianco) stretto di voti, e sibillino nella spiegazioni, mi tiene sotto per ben un’ora e mezza, un’enormità.
Un’agonia atroce e mano a mano crescente, con domande tutto sommato anche banali ma non per me, che non avevo seguito il corso e studiato sul quaderno dello Zio dell’anno precedente.
Dire che avevo molte lacune nello studio, frettoloso e superficiale, è più di un eufemismo.
Aggiungiamoci pure mia piccola avversione verso gli argomenti del corso, e immaginatevi come dovevo sentirmi, vicino quella lavagna, labbra asciutte, mani sporche di gesso e morale a terra. Alla fine il prof. si alza, finalmente è finita. “Può accomodarsi” mi dice.
”Oddio, m’ha bocciato” penso tra me e me, e, con voce tremolante, gli chiedo di ripetere cosa ha detto.
Doveva decidere il voto. Strano a dirsi, ma uno normalmente dopo un’ora e mezza un’ideuzza su cosa dare ad una persona ce l’ha, giusto?
Lui no. Col libretto in mano, sfogliando riga per riga i risultati degli esami precedenti, decide per un ventisei. Matematicamente se facciamo la media col voto dello scritto, sarebbe un orale da ventidue. Equo (è anche la mia media), non mi lamento.
E’ un peso enorme che mi sono tolto, e ne esco tutto sommato bene.
A seguire una perlustrazione pre-trasloco nella casa di Cassino, e ancora un’altra overdose di stress: perdo l’autobus del ritorno a casa, il diretto delle 18.44, e mi tocca salire sul bus delle 19.30, l’ultimo della giornata.
Se perdi quello è finita, devi rassegnarti a rimanere a Cassino.
Un po’ come quando ti si rompe il paracadute, c’è sempre quello di emergenza, ma se si lacera anche quello..

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